Select Page
Ho sognato di dipingere nell’acqua del mare.
Anche il mare manca tremendamente di blu
(Mariagrazia Toto)

RECENSIONE/PRESENTAZIONE alla MOSTRA “BLUE SICILY”
a cura di Domenica Giaco

Opere di purissima luce. Ricercate modulazioni cromatiche del blu. Atmosfere rarefatte, dense di simbolismo. L’arte di Mariagrazia Toto è certamente una esperienza ispirata. In lei l’esperienza estetica diventa esperienza spirituale, fatta di percezioni, visioni, silenzi, contemplazione. La sua interiorità è veicolata dal colore, il suo blu, e si ha immediata constatazione di quanto le sue opere siano emanazione del suo essere. Una creatura raffinata, spirituale e profonda, sensibile e silenziosa, che attraverso un lungo percorso di ricerca interiore è approdata a una consapevolezza che trascende il conscio e l’inconscio, trovando dentro di sé il coraggio, la forza, la fede e la fiducia. Non puoi,standole accanto, non entrare nella sua orbita di quiete e di luce. La sua arte, che è ricerca, vuole evocare stati evoluti dell’essere e condurre a un ethos da condividere, trasformativo della società. 16 opere, scelte tra le più significative.
“Blue Sicily” è un’antologica che Mariagrazia ama definire “una narrazione”; nessuna frattura si evidenzia infatti tra opere realizzate in tempi cronologicamente diversi. E’ la narrazione del suo blu, unitamente all’amore per la sua terra, e per la sua città. Un itinerario dell’anima, ma il respiro è ampio, universale. Mariagrazia dipinge dopo che la mente ha sedimentato il ricordo. Più del reale vuole sottolineare il mistero, rivelare l’archetipo,tradurre il simbolico. La Sicilia, e Milazzo, emergono quali “isole” prima di salpare, prima del viaggio. Luoghi che se ci nasci ti abiteranno per sempre.
Mariagrazia li trasforma da luoghi reali a luoghi metafisici, dalle dimensioni simboliche e filosofiche. Del suo amore per Milazzo mi ha detto immediatamente; di come nel suo proposito e nei suoi desideri ci fosse da tempo l’impegno di portare l’omaggio alla sua città. Dopo aver esposto in sedi prestigiose, in Italia e nel mondo, e dopo aver ricevuto consensi e importanti riconoscimenti – voglio ricordare che due fra le sue opere, “Pupi” e “Risalita”, fanno parte della “Collezione Sgarbi” con menzione di merito per la sua arte e per il suo impegno – Mariagrazia è finalmente approdata nella sua città, come era nei suoi desideri e come la città stessa chiedeva. Fu a New York, come lei stessa dirà, in occasione di un importante evento artistico che la ospitava, che sentendo pronunciare “Milazzo”, il nome della sua città, e leggendolo sulle pubblicazioni e sulla stampa, comprese, proprio nella lontananza, dall’altra parte del mondo, la straordinaria opportunità,l’essere in una condizione privilegiata, grazie alla sua arte, di avere la possibilità di veicolare un messaggio positivo, nella speranza di promuovere l’impegno per la città, e diffondere il nome di questa ovunque fosse presente artisticamente.
Una proposta di visione nuova la sua, di cambiamento, in alleanza con i milazzesi e con quanti vivono il territorio. Riparare la frattura tra l’uomo e il territorio di cui si è smarrita la sacralità. Le devastazioni ambientali, le omologazioni architettoniche, hanno nel tempo celato i segni del Sacro e del Simbolo. Del Sacro e del Simbolo non se ne odono più le voci, non si avvisano più le energie, non si colgono le manifestazioni. Si costruiva anticamente laddove si manifestasse un Segno; che fosse una sorgente, un albero, un animale sacro, una visione o altro. Milazzo è ricca di storia e di luoghi che restano logos, che sono senso, che hanno sacralità, energie psichiche. Qui ogni luogo è irripetibile, e uno spazio non vale l’altro. Mariagrazia Toto prende le distanze dai cliché che parlano di una Sicilia seppellita dall’immanenza, condannata in un’immagine di totale immobilità. Prende distanza da tutta quella trattazione letteraria, filosofica e artistica che fino ad oggi ha stigmatizzato l’Isola nell’impossibilità di un cambiamento, di una presa di coscienza, un risveglio. Ci invita a una visione nuova, che non vuole essere fuga, ma presenza responsabile, consapevole e attiva. E prende le distanze anche dalla tradizione artistica della mediterraneità, rifiutando l’acceso e solare cromatismo. La sua è una visione lunare, onirica, evocativa, suggestivamente nordica. La scelta del blu, una scelta naturale, come fosse un suono interiore. I suoi paesaggi sono visione metafisica. Hanno la dimensione dell’eternità e dell’universalità. In lei il femminile è archetipo e alchemico. Una sacerdotessa che dall’alto, nel suo santuario domestico, trasfigura il reale facendolo diventare simbolo, grazie all’uso del monocromo, il blu. Il blu, colore dell’anima e della quiete, della contemplazione. Il blu frequenza di Dio. Il blu che tuttavia è anche traccia di oscurità. “Il livido blu che permette all’albedo di non diventare ingenuità”(J.Hillman). Ovvero l’io sopravvissuto alla tempesta, ovvero dalla disperazione alla riflessione che può condurre a dimensioni infinite. Un figurativo simbolico epurato da artifici accademici. Essenza. Emanazione. Nei paesaggi echeggiano suggestive istanze romantiche, con riferimenti a Turner, Friedric, Géricault, per elementi luministici, profondità spaziali e psicologiche. Paesaggio come forma incarnata dell’anima. Una natura primordiale. Ma Mariagrazia sfugge la trappola del sublime, dell’attraente e atroce, proprio attraverso la mediazione del blu, che rende la natura contemplativa e germinativa di riflessione/rivelazione. Alture, pareti di roccia, scogliere. Emergono dall’acqua come simbolo, come miraggio, apparizione. Montagne sacre, sospese in un silenzio maestoso e arcano. Montagne sulla cui cima si ergono architetture. Quasi cattedrali di cristallo, santuari, altari, a testimoniare la presenza umana, e l’uomo, fisicamente assente, è respiro invisibile. Altezze e profondità, psiche emersa e sommersa. Il Mare, pensiero simbolico, è trasposizione di stati d’animo. Ora calmo, canto di vastità, contemplazione d’infinito, silenzio bianco e blu ordinato. Ora sconfinato e nebbioso, indistinto e inafferrabile. Stato di sospensione tra il qui e l’altrove. Attraversamento. Mare che può essere pericoloso, o rappresentare la rinascita.
E ancora, mare come forza impetuosa della natura, dinamico e tempestoso. E’ qui che l’io individuativo deve misurarsi con le “intemperie”, con la possibilità del naufragio. E’ qui che intervengono la fede e il coraggio, il canto dell’anima, nonostante le sofferenze e le prove. E’ qui che si può essere toccati dalla scintilla della spiritualità. Perché è in ognuno la scintilla che fa risorgere in luce.
Mariagrazia Toto ci invita a ritrovare quella scintilla, ad accenderla, a ritrovare la sacralità, riconciliandoci interiormente, e con l’altro, e con i luoghi.